Produzioni

  • Ritratto di donna araba che guarda il mare

Ritratto di donna araba che guarda il mare

di Davide Carnevali

regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Michele Di Giacomo,  Giacomo Ferraù/Francesco Meola e Giulia Viana/Noemi Bresciani
scene e costumi Maria Paola Di Francesco
disegno luci Marco D’Andrea
suono Gianluca Agostini
assistente alla regia Marco Fragnelli
organizzazione Monica Giacchetto e Carolina Pedrizzetti
comunicazione Cristina Pileggi
produzione LAB121
testo vincitore del 52° Premio Riccione per il Teatro – in coproduzione con Riccione Teatro
con il sostegno di Next/laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo
in collaborazione con Teatro San Teodoro Cantù

 

NOTE DI REGIA

Davide Carnevali, autore teatrale tra i più apprezzati, specialmente all’estero, con “Ritratto di donna araba che guarda il mare” vince nel 2013 il Premio Riccione per il Teatro.
Quello di Carnevali è un testo fortemente allegorico.
L’uomo europeo e la donna araba portano con loro i valori di culture differenti, di popoli per sensibilità lontani tra loro, ma accomunati dal fatto di affacciarsi sul mediterraneo.
Culla dell’europa e allo stesso tempo campo di conquista: militare, politica ed economica da parte dell’occidente.
Un europeo, un turista, in una città senza nome del Nord Africa incontra una giovane donna una sera al tramonto davanti al mare. Questa fotografia o meglio questo disegno, tratteggiato in fretta, è il principio della storia. Dieci frammenti, dieci istantanee che, nella loro sospensione, ricordano certe visioni del pittore Edward Hopper.
Attraverso il susseguirsi degli incontri di queste due figure tra le strade della vecchia città, permane la sensazione di una sospensione del tempo. Esso è scandito non dall’orologio ma dai movimenti della parola. Una parola sempre sfuggente, precaria, ambigua che tenta di farsi ponte tra culture tra loro lontane. Si procede per associazioni, contrasti e come un puzzle, pezzo dopo pezzo si intravede il disegno finale.
Per l’autore, la parola teatrale non soggiace all’interpretazione quotidiana. La parola contiene diverse possibilità, diverse interpretazioni.
Lo spazio crea un alfabeto originale dove far risuonare in tutta la sua ambiguità la storia tra l’uomo e la donna, tra l’uomo e la gente della città vecchia. Esiste un quinto personaggio che contiene tutti gli altri: la città.
Essa è la piattaforma sulla quale costruire il loro gioco, dentro la quale, l’europeo intraprenderà un viaggio che lo costringerà a ingaggiare un corpo a corpo con la propria coscienza.
Claudio Autelli

 

 

NOTE AL TESTO

Il paese a cui si fa riferimento nel testo è un paese imprecisato ma sicuramente nordafricano-mediterraneo, può essere Marocco, Algeria, Tunisia o Libia. Noi spesso diciamo che questi sono paesi arabi (ad esempio quando qualche anno fa c’è stata la cosiddetta “primavera araba”), ma in realtà quella araba è una dominazione culturale, che ha imposto nei secoli una lingua e una religione comuni. Nello stesso modo in cui il colonialismo europeo più recentemente ha imposto un’organizzazione della società economica e dell’apparato statale. La lingua araba è per loro una lingua della cultura, così come il francese è la lingua commerciale, ma tutti quei paesi parlano nel quotidiano anche lingue proprie. Il nostro punto di vista “appiattisce” tutte le differenze, per noi sono semplicemente arabi, stranieri, barbari; per questo motivo ogni lingua o dialetto parlato nell’opera viene formalmente percepito come una sola lingua. In definitiva questo è un testo sulla nostra incapacità o non volontà di approfondire la conoscenza dell’estraneo e indagare nelle differenze culturali – dunque linguistiche. Quindi il nostro termine “arabo” applicato a quel contesto è in parte un errore, che nasce dalla nostra poca conoscenza di quei paesi. Il titolo dell’opera riflette questo errore, come dice ad un certo punto la Donna: «Non siamo arabi, anche se è quello che si dice, anche se è quello che si scrive, anche se è quello che uno straniero pensa di noi. Ma uno straniero che non conosce davvero questo paese di solito dice cose sbagliate e scrive cose sbagliate. Anche se forse questo per lui non significa niente.». Diciamo che il titolo ammette la mia ignoranza, o quantomeno sintetizza l’approccio superficiale del punto di vista europeo sulla questione. L’uomo europeo va, prende quello che vuole e se ne va, proprio come ha fatto l’Europa durante il colonialismo, senza aver davvero capito il valore delle sue azioni e le conseguenze disastrose del suo comportamento.
Davide Carnevali

Rassegna Stampa

 

ORIENTE VS OCCIDENTE – APORIE DI COMUNICAZIONE

Roberto Rizzente – Hystrio

[…] Prima che sui dissapori politici, e sulle retoriche della migrazione, il testo è una riflessione sulle aporie della comunicazione. E allora eccola, la novità del testo: non la frantumazione della scrittura come negli altri lavori di Carnevali, ma la dissezione del segno linguistico, la relazione ondivaga tra il significato e il significante e tra questi e l’azione. Giallo epistemologico, il Ritratto vive nella valenza polisemica della parola. Nella versione scenica, Claudio Autelli è abile a cogliere questo elemento. A isolarlo e a restituirlo moltiplicato. Perché, come la parola, anche la scena è giocata sull’ambiguità: è realtà, il modellino di un’indefinita città nordafricana, ma è anche mistificazione, si manifesta per il tramite della telecamera, principio linguistico, in cui l’inquadratura stabilisce gerarchie, giustapposizioni, censure. Lo stesso per la luce: il principio dialettico luce/ombra assolve a una funzione politica, soggettivizza ciò che decreta il potere e, nel finale, addirittura riduce a silhouette il momento dello scontro, lasciandolo all’immaginazione. In questo universo magmatico, che certo risente di Koltès e Camus, sono bravi gli attori a muoversi. Restituiscono quella giusta dose di carnalità, verità, che impedisce al gioco intellettuale di avvitarsi su se stesso, orientando la pièce su di un giusto equilibrio, che seduce e affascina. Un piccolo, interessante miracolo, che vale la pena seguire.

SCONTRO TRA NORD E SUD SENZA SENTIMENTALISMI
S
ara Chiappori – La Repubblica
“Molto più che una storia d’amore, Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali, dipana in dieci scene un teorema dell’impossibilità dove il conflitto più evidente, quello culturale e linguistico, ne sottende altri: tra uomo e donna, Nord e Sud, bianchi e neri, individuo e società”.
24 Giugno 2017

RITRATTO DI DONNA ARABA CHE GUARDA IL MARE
Renato Palazzi – Delteatro.it
“L’ambiguità permea la pièce di Davide Carnevali sull’incapacità di comunicare realmente fra popoli diversi. La raffinata regia di Claudio Autelli contribuisce alla riuscita di questo inquietante teorema esistenziale, che si trasforma in un pungente monito a guardarsi da generalizzazioni e luoghi comuni”
23 Giugno 2017

UN’EFFICACE PIECE SULLA DIVERSITA’
Magda Poli – Corriere della Sera
[…] Nessuno sembra essere in grado di spostare se stesso dalle proprie certezze, dalla propria visione del mondo […]”
22 Giugno 2017

RITRATTO DI DONNA ARABA CHE GUARDA IL MARE
Emanuela Mugliarisi – Saltinaria.it
Gli attori in scena riescono a dare valore a questo discorso culturale: nei dialoghi incalzanti, anche se ovviamente tutti in italiano, emergono discrepanze culturali, tensioni, percezioni diametralmente opposte che non permettono un dialogo diretto, chiaro e sincero”
17 Giugno 2017

STORIA DI UN AMORE IMPOSSIBILE
Livia Grossi – Corriere della Sera
“Un testo asciutto, fatto di frasi dirette e senza sconti, raccontato su un palco-set visivo che rimbalza con immagini interno/esterno della città”
13 Giugno 2017

NEGLI OCCHI IL MARE CHE UNISCE E DIVIDE PERSONE E CULTURE
Diego Vincenti – Il Giorno
“[…] Come se si stessero parlando senza mai guardarsi negli occhi, ognuno  a perdersi rigido fra le pieghe delle proprie differenze […]”
13 Giugno 2017

DIALOGO SOFFERTO TRA UN’ARABA E UN EUROPEO
Antonio Bozzo – Il Giornale
“[…] vuole provocare una riflessione, un ragionamento, su un tema vasto e insidioso come l’incontro-scontro, sia pure veicolato dall’amore, tra culture diverse”

CARNEVALI E AUTELLI PER IL RITRATTO DI DUE MONDI CHE GUARDANO IL MARE
Mario Bianchi – KLPTEATRO.IT
“La bella regia di Claudio Autelli porta in scena questo testo di Carnevali, per nulla buonista, che scava in mondi in cui ognuno coltiva i propri desideri e le rispettive incontrovertibili ragioni. E lo fa in maniera semplice e complessa allo stesso tempo, attraverso un raffinato continuo gioco a rimpiattino tra luce e attori”
13 Dicembre 2016

 

 

Ritratto di donna araba che guarda il mare - Manifesto Ritratto di donna araba che guarda il mare

  • L'inquilino

L’inquilino

tratto dal romanzo “L'inquilino del terzo piano” di Roland Topor

traduzione G. Gandini © 2017 Giunti Editore S.p.A. / Bompiani
adattamento e regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Giacomo Ferraù, Michele Di Giacomo, Marcello Mocchi
scene Maria Paola Di Fancesco
luci Giuliano Bottacin
suono Fabio Cinicola
assistente alla regia Lorenzo Ponte
organizzazione Monica Giacchetto, Carolina Pedrizzetti
comunicazione e promozione Cristina Pileggi
produzione LAB121
in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival
in collaborazione con il Teatro del Cerchio di Parma

 

Per guadagnare da vivere io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura… La realtà in sé è orribile, mi dà l’asma. La realtà è insopportabile senza gioco, il gioco consente una immagine della realtà. Io non posso perdere il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno di questo gioco astratto che mi permette di trovare quello che può essere ancora umano.

(Roland Topor)
Argomento e suggestioni

Trelkovsky è un uomo qualunque. Un giorno decide di prendere in affitto l’appartamento nel condominio del signor Zy, accettando le rigide regole imposte per un buon vicinato. Finisce così per ritrovarsi negli ingranaggi di una macchina infernale che lo vede protagonista di misteriose macchinazioni ai suoi danni da parte della comunità del condominio stesso. Egli ritiene di essere spinto a prendere il posto della precedente inquilina suicida proprio in quello stesso appartamento dove ora si trova ad abitare. Trelkovsky è convinto che i suoi vicini vogliano trasformarlo nella povera Signorina Choule…

L’inquilino del terzo piano è il risultato letterario di Roland Topor come appartenente al movimento “Panico” da lui fondato negli anni sessanta insieme ad Alejandro Jodorwskj e Fernando Arrabal. Il movimento mirava a indagare le energie più scure e destabilizzanti per liberare la fantasia e ritrovare un respiro con il presente. Certe atmosfere di Topor, non a caso, potrebbero essere considerate visioni kafkiane. Il suo protagonista, il Signor Trelkowsky, è lo sguardo attraverso il quale indaghiamo la paura per il presente, per le piccole meschinerie in cui ci troviamo ad imbatterci tutti i giorni, un sentimento atavico di vergogna che non ci ha mai abbandonato dai tempi dell’infanzia. Rotto ogni patto sociale, il mondo delle relazioni umane è visto come un campo di conquista tra uomini regrediti ad animali che perseguono i loro interessi in virtù del bisogno di sopravvivere nella giungla della città. Il condominio che fa da sfondo alla storia di Trelkovsky si erge a microcosmo esemplificativo di una paradigma più ampio che abbraccia l’intera società. In esso, ogni appartamento risulta essere il fortino dove rifugiarsi, dove difendersi in attesa dell’occasione giusta per poter sferrare a propria volta un attacco al vicino molesto
Il mondo raccontato in questa storia è visto attraverso la distorsione di una mente fragile, che piano piano si perde nei propri incubi, e si rifugia nel delirio di una persecuzione dagli esiti tragici. Con una forte dose di nera ironia l’autore ci accompagna nel naufragio di questo personaggio cogliendone le riflessioni personali nelle quali è impossibile non rintracciare quelle stesse inquietudini che colgono l’uomo moderno alle prese con una lotta per la sopravvivenza in un contesto storico che vede la parte della società deputata alla condivisione di comuni valori di solidarietà e condivisione, sempre più ritirarsi difronte l’imperativo produttivo che chiede standard personali sempre più proibitivi.

Il progetto di trasposizione teatrale di questo romanzo sottolinea l’approccio psicanalitico della storia di Trelkovsky. Lo spazio del suo appartamento è uno spazio claustrofobico a metà tra il fortino in cui difendersi e la prigione da cui è impossibile fuggire.
Le relazioni tra i personaggi sembrano votate a ogni forma di mercificio. L’anima non abita più questo mondo. Tutto è messo in vendita, è possibilità di baratto, inganno o momentaneo patto di alleanza contro un comune nemico.
In questo mondo vige soltanto la legge del più forte.

Rassegna Stampa

INFERNO QUOTIDIANO DI UN INQUILINO
Laura Zangarini – La Lettura – Corriere della Sera
“Trelkovsky cammina radente ai muri, non ascolta più la radio. Si accontenta di leggere e, alle 10 di sera, infila i piedi in silenziose pantofole. Svanisce, sfuma; poi cede di schianto … Sono tutti pazzi o lui è bersaglio di un complotto?”
18 Giugno 2016

IL TUFFO DELL’INQUILINO NELLA GRANDE LETTERATURA DEL NOVECENTO

[…] La bella regia di Claudio Autelli, pur suggestionata dall’antefatto filmico, se ne distanzia proprio per dare alla messa in scena un respiro più letterario che porta la vicenda in un luogo astratto, aiutato in questo da opportune scelte di luci e musica, le prime, oscure e da sottosuolo affidate a Giuliano Bottacin, mentre il progetto del suono è opera assai interessante del mai superficiale Fabio Cinicola, che esalta, con un sussurro musicale e uditivo presente ma mai invadente, il paesaggio deserto e spersonalizzato dal fascino vintage creato per la scena da Maria Paola di Francesco, anche lei sempre attenta nell’affiancare la regia in letture di multipla profondità. Ne viene fuori un allestimento che, quanto a segni scenici, reca già con se’ una serie di elementi capaci di potente fascinazione, dove a tratti pare di essere in Francia, a tratti nella Mittel Europa letteraria, a tratti in qualche pagina di Dostoevskij, per arrivare ai sobborghi americani e alle loro solitudini immaginarie da quadro di Hopper. […] notevoli ci sono parse  le interpretazioni di Alice Conti, nei suoi diversi personaggi, complice la sua grande versatilità scenica, e di Giacomo Ferraù, straordinario nella parte del locatario. […] è indubbio si tratti di un lavoro di interessante fattura, che mette assieme un gruppo assai talentuoso che arriva ad un prodotto finale non banale, che ha diritto di presenza sul  palcoscenico delle stagioni ufficiali italiane dei grandi teatri, come ci auguriamo accada, e che merita la giusta circuitazione.

UN INQUILINO QUALUNQUE E UN CONDOMINIO SINISTRO
Michele Weiss – La Stampa
[…] Autelli, autore capace di rischiare con temi scomodi che indagano il lato oscuro dell’identità personale.”

CONGIURE E PSICOSI NEL CONDOMINIO DI ROLAND TOPOR
Livia Grossi – Corriere della Sera
31 Marzo 2016

L’INQUILINO (DEL TERZO PIANO)
Renato Palazzi – DelTeatro.it
E il suo principale risultato è il modo in cui ha cesellato nei dettagli quello che risulta a tutti gli effetti un clima totalmente, perfettamente kafkiano”
14  Aprile 2016

L’INQUILINO

Maddalena Giovannelli – Stratagemmi.it

“Autelli si conferma, con questa sfida impegnativa, un regista dalla mano esperta e ferma, capace di gestire complesse stratificazioni semantiche e di tenere insieme efficacemente le partiture testuali e visive: una consapevolezza non così frequente tra i colleghi suoi coetanei.”

17  Aprile 2016

CLAUDIO AUTELLI E IL SAPORE KAFKIANO DI L’INQUILINO, DAL ROMANZO DI TOPOR
Marì Alberione – Duel
La storia raccontata da Topor in Le locataire chimérique è strettamente connessa con la visione e il regista Claudio Autelli ha deciso di portarla in scena nel suo nuovo spettacolo”
1 aprile 2016

 

Ph. Sara Gentile

  • L'Insonne

L’insonne

liberamente tratto da “Ieri” di Agota Kristof

regia Claudio Autelli
drammaturgia Raffaele Rezzonico e Claudio Autelli
con Alice Conti e Francesco Villano
scene e costumi Maria Paola Di Francesco
luci Simone De Angelis
suono Fabio Cinicola
responsabile tecnico Giuliano Bottacin
assistenti alla regia Piera Mungiguerra e Andrea Sangalli
voce registrata Paola Tintinelli
organizzazione Monica Giacchetto e Camilla Galloni
comunicazione Cristina Pileggi
co-produzione CRT Milano e LAB121
spettacolo vincitore In-Box 2015
selezione Visionari Kilowatt Festival 2015

 

Alcuni ricordi sono stampati per sempre nella nostra memoria.

Altri rimangono sepolti per anni in posti impensabili del cervello per poi riaffiorare all’improvviso, per chissà quale associazione, cristallini come non ce ne fossimo mai liberati. Altre volte ancora, invece, rimane soltanto una sensazione, un colore, un gusto o un immagine sgranata.

In questi casi la nostra immaginazione comincia a colmare i vuoti della memoria, attraversa la soglia del passato, entra dentro un’immagine del passato, la contempla, la particolareggia, capita che si perda in questo gioco di riviviscenza, o meglio, che si abbandoni a rivivere certi istanti.

Involontariamente si costruisce un altro tempo, una pausa nel normale fluire dal passato al presente. Come in un autunnale pomeriggio d’infanzia chiusi nel salotto di casa a guardar fuori dalla finestra, impalpabilmente ci si concede una seconda possibilità.

Agota Kristof ha lasciato il suo paese d’origine durante la rivoluzione Ungherese contro il regime sovietico. Fuggita con il marito e la figlia in fasce in Svizzera, ha lavorato per anni in una fabbrica di orologi. Qui ha imparato il francese e cominciato a scrivere i suoi romanzi nella nuova lingua. Ha sempre definito la sua scrittura una menzogna, un tentativo fallito di scrivere la propria storia, troppo insopportabile da raccontare.

La storia di Sandor è il suo ultimo romanzo.

Una coppia di fratelli. La figura archetipica dell’autrice

Figura ricorrente, microscopico nucleo di famiglia da conservare o recuperare, o ancora almeno da immaginare.

Sono loro a visitare la stanza dell’autrice, accompagnandone i pensieri e guidando la sua immaginazione nel comporre questa “storia d’amore impossibile”.

Sandor aspetta l’arrivo di una donna Line che appartiene al suo passato. Un giorno lei arriva e la sua vita non sarà più la stessa.

Quello che avviene in questa composizione è un dialogo tra queste figure di fratelli e la loro autrice, loro prestano il loro corpo e la loro voce all’evocazione delle figure emerse dalla memoria dell’autrice, in un continuo salto tra rappresentazione e pensiero dell’anima che sta concependo questo mondo.

Ogni pertugio in questa stanza contiene una memoria, una via d’accesso dentro la testa dell’autore condannato a ricevere i suoi spettri.

Rassegna Stampa

LA REPUBBLICA NAZIONALE
Maura Sesia – La Repubblica Nazionale
Gocce di pioggia su una squisita pièce che si incarna tra ombre e corpi, in una scatola o gabbia, caracollando tra memoria e fantasia, a proteggere o svelare una grande storia d’amore forse impossibile, ma di estremi coinvolgimento e tenerezza.”
19 Giugno 2016

 

HYSTRIO

Laura Bevione – Hystrio

[…] lo spettacolo diretto da Claudio Autelli è una concentrata esplorazione della mente tormentata e frammentata del protagonista Tobias/Sandor. La dimensione di onirica irrealtà in cui si dipana la narrazione è visivamente suggerita dal carattere essenziale e intimistico dello spazio scenico […] così come dal reiterato ricorso alle tecniche del teatro d’ombre.

Settembre 2016

LA GAZZETTA DI PARMA

Francesca Ferrari – La Gazzetta di Parma

Nel vedere il bellissimo e complesso spettacolo L’insonne è quasi impossibile non richiamarsi all’idea di un teatro quale luogo ideale per indagare le esperienze primarie, ancestrali che la vita quotidiana non ci consente di esplorare. Lo spazio per sondare le zone buie e estrarre le ombre che, come tali, scuotono dal profondo. Così, proprio come ombre, si muovono i due intensi Alice Conti e Francesco Villano, figure dalle identità labili […]. Vero protagonista è il continuo gioco di rifrazioni che si crea con i pensieri e le parole della Kritof, in un dialogo onirico con i personaggi dell’intreccio estremamente ricercato ma anche sapientemente orchestrato, sia dalle scelte registiche adottate, che dalle abilità performative degli interpreti. […]

Aprile 2016

FIGLI SENZA VOLTO E L’INSONNE
Renato Palazzi – Del Teatro
Lo spettacolo di Autelli è molto raffinato, a partire da quella scena-scatola che fa pensare a un’opprimente gabbia mentale. Il regista toglie consistenza agli avvenimenti, ne cancella ogni precisa connotazione spaziale o temporale, giocando unicamente sulle ombre, sui controluce, sulle vecchie fotografie proiettate, sui suoni amplificati – gocciolii, rovesci di pioggia contro i vetri – che creano lividi effetti spettrali.
17 febbraio 2014

L’INSONNE
Roberto Barbolini – Il Giorno
Con lodevole impegno, gli interpreti Alice Conti e Francesco Villano danno corpo agli sdoppiamenti della voce narrante, impersonando Sandor e Line, su quella sottile linea di confine dove gli eventi del passato e gli incubi del presente convivono insidiosi tra memoria e amnesia.
20 febbraio 2014

L’INSONNE E FIGLI SENZA VOLTO
Michele Weiss – La Stampa
Standing ovation del pubblico per L’Insonne della compagnia LAB121 al CRT.

A TEATRO LA RISCOSSA DEI GIOVANI MILANESI
Roberto Borghi – Il Giornale
Il tono dello spettacolo di Autelli si avvicina a una sorta di lirismo assoluto.

ALL’ARTE / TRIENNALE: DUE DISPERATI E BELLISSIMI SPETTACOLI, DAGLI ANNI DI PIOMBO ALLA RIVOLUZIONE UNGHERESE
Paolo Paganini – Lo spettacoliere
Lo spettacolo “L’insonne” con la suggestiva e bizzarra regia di Claudio Autelli, offre subito una lunga e bellissima introduzione di teatro d’ombre, con proiezioni da una rudimentale lanterna magica su un velario tra scena e platea. Poi, qua e là, prende il sopravvento la recitazione tradizionale, con Alice Conti e Francesco Villano in convincente ed applauditissima interpretazione. Bravi.

ANIMANERA, AUTELLI E LA QUARTA PARETE “TECNICA”
Martina Melandri- KLP
L’ambiguità è strumento linguistico per Autelli, che amplifica l’isolamento e la solitudine dei protagonisti sdoppiandoli, interscambiandone le voci, facendoli entrare e uscire dalla quarta parete usata per proiettare un’altra immagine, come una seconda prospettiva, una possibile altra vita immaginata a partire dalla rievocazioe dei ricordi.  (…) un meraviglioso gioco di ombre, affascinante e magistralmente condotto dai due attori in scena: Alice Conti e Francesco Villano, costanti, fedeli e instancabili nella loro invidiabile alleanza sul palco.
24 febbraio 2014

LAB121: UNA SCRITTURA SCENICA PER AGOTA KRISTOF
Lucia Medri – Teatro e Critica
[…] precisa scrittura scenica che dona ampio respiro al testo
letterario e ne aumenta l’immaginario essenziale […]”
12 novembre 2015

L’INSONNE
Marta Calcagno Baldini – Flash Art
L’utilizzo magistrale della luce, dell’ombra, del rumore della pioggia e in generale  degli effetti sonori, portano il pubblico a vivere 80 minuti in un tempo confuso tra ricordo, sogno, menzogna e realtà.

L’INSONNE AFFASCINA
Luisa Espanet – L’Espa.net
L’insonne, invece, affascina, provoca emozioni, inchioda alla poltrona, prende i pensieri e soprattutto cattura lo sguardo.

CHIAROSCURI DELLA MEMORIA
Claudio Elli – Punto e Linea Magazine
La costruzione scenica dello spettacolo si avvale di una contaminazione garbata di linguaggi, che interagiscono nella cornice di un climax studiato opportunamente per creare una sfera di atemporalità, e suggerisce efficacemente il plot narrativo dell’autrice. Come in un film di Tarkovskij tutto appare senza limiti cronotopi, il vissuto più recondito riappare nella dimensione vivida di un quotidiano divenire, che risuona quale urlo di speranza di un sentimento mai appagato. Luci, suoni , la stessa voce fuori campo di Paola Tintinelli accompagnano l’interpretazione di Alice Conti e Francesco Villano negli anfratti di un’anamnesi dove ad essere sconfitto è l’oblio, generando un percorso onirico che coinvolge lo spettatore in quanto osservatore silenzioso di anime vaganti senza meta, ma perennemente in viaggio.

L’INSONNE
Maurizio Malavigna – Persinsala

LA MEMORIA NON DORME MAI
Parliamo di cucina
Uno spettacolo elegante, raffinato, valido esteticamente e molto ben interpretato. Un’ora e venti di abbandono del mondo esterno. Una citazione particolare va al testo che rende la potente prosa della Kristof un flusso narrativo intenso e poetico.

Ph_Valeria Palermo, Andrea Macchia

L'insonne - Video promo ©ValeriaPalermo ©ValeriaPalermo_LAB121V_C98A6443 ©ValeriaPalermo ©ValeriaPalermo_LAB121V_C98A6491 ©ValeriaPalermo ©ValeriaPalermo_LAB121V_C98A6501  10450813_949484895065548_79999860931823483_n10440930_949484908398880_3636219691048192958_n

 

Il vizio dell’origine

Un’indagine sul giardino sacro

Un progetto di Claudio Autelli e Raffaele Rezzonico
Testi di Raffaele Rezzonico
Regia di Claudio Autelli
Con Alice Conti e Michele Di Giacomo

Il tema di indagine è il giardino protetto da mura, l’hortus conclusus, riparato dal mondo, sottratto al procedere lineare del tempo della storia, immune dalla conoscenza del male e della morte. Vorremmo lavorare sulle figure simboliche del giardino sacro a partire da quello della nostra infanzia, dalla sua perdita, dall’orto ormai devastato e incolto.
Partiremo dall’equivalenza imperfetta fra il giardino e il teatro: un luogo dove il tempo è sospeso, dove i morti possono rialzarsi dal pavimento, dove esistono creature e luoghi che non si assoggettano all’inflessibile regola del mondo.
Nel giardino due attori: un uomo e una donna, un figlio e una madre, una coppia di amanti.

  • La Licenza

La Licenza

progetto e Regia Claudio Autelli
testo C. Autelli, V. Salvati
luci Simone De Angelis
con Marco Cacciola e Francesco Villano
produzione Centro di Ricerca Teatrale CRT di Milano

A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato
e il dolore che portano si attenua.
Agota Kristof – “La trilogia della città di K.

Una classe, un tema da comporre.
Enzo e Mino studiano per prendere la licenza e realizzare così i loro sogni. Si sono allenati, sono pronti su ogni argomento, non chiedono molto, un lavoro, l’amore, la famiglia, e se ci scappa anche l’amaro..

Enzo e Mino si buttano sui loro fogli riversando un numero infinito di parole sui quei fogli che sembrano non riempirsi mai e tra un argomento e l’altro emergono piano piano le loro pulsioni e le loro paure. Ogni argomento diventa così la scusa per confessarsi, per dirsi qualcosa di sé e vedere l’effetto che fa.

Il tempo nella classe si dilata e si contrae assecondando le divagazioni, i dubbi e le confessioni di questi due studenti “fuoricorso” tenacemente chini sui loro banchetti, costretti, legati a essi come ad una zattera che prima o poi lì porterà a riva.
Sui loro banchetti i due allievi scrivono, sudano, lì sopra giocano, mangiano, sognano, volano fuori dalla loro classe per poi risprofondare dentro i loro fogli. Tutta la loro vita, mossa dall’irrinunciabile necessità di partire, è congelata nell’attesa di un momento che non arriva mai… e allora ognuno, coi propri mezzi, si da fare per adeguarsi, per costruirsi la propria tana, per raccontarsi le proprie piccole bugie.

La classe è un luogo metaforico, un posto della mente in cui si è rimasti imbrigliati, è una condizione di eterna preparazione alla vita. Lo spazio ha le coordinate di una classe, ma allo stesso tempo mantiene tutti i germi di una casa, le sue abitudini e i suoi tempi. Da questo limbo, in questa “non vita” che non è niente più che un’attesa, emerge la quotidianità che più si mostra, più somiglia a quella di chi quell’esame lo ha già superato.
O almeno così continua a dirsi.

Ph_Simone Durante

La Licenza La Licenza La Licenza La Licenza La Licenza La Licenza

  • La morte di Ivan'Ilic

La morte di Ivan’Ilic

da Lev Tolstoj

[:it]

progetto e regia di Claudio Autelli
drammaturgia di Raffaele Rezzonico
scene e Costumi Emanuele Crotti
luci Luigi Biondi
con Giulio Baraldi, Fabrizio Lombardo, Valentina Picello, Giulia Viana, Francesco Villano
produzione Centro di Ricerca Teatrale CRT di Milano

“La storia della vita di Ivan’Ilic era la più semplice, la più comune, la più terribile.”
Così Tolstoj ci introduce nel mondo di un uomo qualunque. Ivan non ha nessun pregio o difetto in particolare, il suo carattere si può sintetizzare nel modo di fare di chi “… eseguiva coscienziosamente tutto quello che riteneva suo dovere. Ed egli identificava il suo dovere con ciò che era ritenuto tale dalle persone altolocate.”
Colto nel pieno della vita, Ivan dopo una semplice caduta incomincia un cammino di presa di coscienza della propria morte e il confronto con essa diventa scintilla che fa esplodere le contraddizioni di un sistema sociale basato sul “comunemente corretto, piacevole e decoroso”.
Ivan afferma un istante prima della fine “è finita la morte”. La morte si vive. Il confronto con un appuntamento così imprescindibile può essere occasione di vita. La morte non è la morte, morti sono tutti gli altri, morto era Ivan prima che questo virus della malattia lo andasse a visitare.

Lo spazio e il tempo raccontano la presa di coscienza di Ivan.
Una stanza con le fattezze di un salotto. Il mondo che Ivan ha sempre inseguito si sintetizza in quel palcoscenico delle loro vite.
Il tempo della degenerazione della malattia.
Il tempo perché quella stanza si riveli per quello che realmente è.
Il tempo perché Ivan divenga telecamera del carosello umano che vagola sempre più atterrito di fronte la sua metamorfosi.
Ivan ci mostra il degrado fisico, psichico dell’uomo di fronte alla morte. Il “decoro” è analizzato, non nella sua descrizione, ma nella sua decostruzione. Quello a cui si assiste è un crollo delle strutture e una fuoriuscita di uno “scandaloso” che permetta lo sfondare di porte sigillate da sempre.
Tutto viene spazzato via dall’urlo finale del malato. Dopo rimane soltanto il silenzio. Il silenzio dell’ascolto.

Rassegna Stampa

LA MORTE TI FA BELLO, TOLSTOJ
Diego Vincenti – Epolis

LA LUCE DEL BUCO NERO DELLA MORTE SCOPRE L’ARTIFICIO DELLA VITA
Maria Lucia Tangorra – TeatroSpettacolo.org

IL CRT PRESENTA LA MORTE SECONDO TOLSTOJ
Roberto Borghi – Il Giornale

UN TRAVOLGENTE IVAN IL’IC
Domenico Rigotti – L’Avvenire

TUTTI I COLORI DELLA MORTE
Domenico Rizzente – Hystrio

Ph_Simone Durante

La morte di Ivan'Ilic La morte di Ivan'Ilic La morte di Ivan'Ilic La morte di Ivan'Ilic La morte di Ivan'Ilic La morte di Ivan'Ilic La morte di Ivan'Ilic La morte di Ivan'Ilic[:]

  • Romeo e Giulietta

[:it]Romeo e Giulietta[:]

da W. Shakespeare

[:it]

adattamento e regia Claudio Autelli
scene e costumi Maria Paola Di Francesco
suono Stefano De Ponti
luci Luigi Biondi
con Francesco Meola, Andrea Pinna, Camillo Rossi Barattini, Michele Schiano Di Cola, Giulia Viana
produzione Fondazione Pontedera Teatro/Teatro Litta
in collaborazione con Ass. Cult. LAB121

Lo stato d’animo che riassumiamo col sentimento dell’amore, contiene colori molto diversi da loro. La storia di Romeo e Giulietta incarna bene questo viaggio attraverso una mente posseduta dal demone dell’amore. La realtà diventa un sogno che degenera in un incubo, ingenerato dalle nostre stesse inquietudini. La paura blocca e crea per sua diretta conseguenza gli eventi che ci metteranno alla prova.

Romeo e Giulietta è una storia sul coraggio.
La forza delle parole di Romeo e Giulietta contengono la vibrazione dell’infinito, immagine che generalmente sappiamo solo abbinare alla morte.

Abbiamo bisogno di violentare il nostro senso del limite per percepire il trascendente a cui l’uomo aspira per sua natura.

Rassegna Stampa

ROMEO E GIULIETTA
Simona Spaventa – LaRepubblica

ROMEO E GIULIETTA
Maddalena Giovannelli – Stratagemmi online

ROMEO E GIULIETTA. IL CORAGGIO DI AMARE
Alessandra Pizzilli – 2righe.com

ROMEO E GIULIETTA DI AUTELLI AL LITTA
Antonella Vercesi – Niuodeon

ROMEO E GIULIETTA ALLE SOGLIE DEL 2012
Martina Melandri – Krapp’s Last Post

ROMEO E GIULIETTA
Claudio Facchinelli – persinsala.it

AMORE E MORTE IN ROMEO E GIULETTA
Daniele Stefanoni – cinquegiorni.it

VERONA SENZA STELLE
Camilla Tagliabue – Il fatto quotidiano

L’AMORE PIU’ FAMOSO DI SEMPRE
Vivimilano

Ph_Paolo Pileggi

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